Articoli

Venerdì, 17 Maggio 2013

thatcher

Non starò qui a dirvi come e perché sia finito nella lista degli invitati al funerale di Margareth Thatcher. Vi basti sapere che, ricevuto l’invito dall’ambasciata inter-dimensionale, ho cominciato a rimuginare. Ci vado? Non ci vado? Mi si nota di più se... Basta, deciso: ci vado.

Metto in valigia un paio di cose, entro nella doccia teletrasporto del bagno piccolo e, tempo di diventare leggero come un coriandolo, ho i piedi di nuovo poggiati sulla terra. Quella britannica.

Nemmeno il tempo di godermi un pranzo al Name-dropping – il mio ristorante preferito a Londra – che prima Ken, poi Roger e infine Steven Patrick decidono di chiamarmi uno dopo l’altro al telefono. Devono assolutamente comunicarmi il loro disappunto di fronte alla mia scelta di partecipare alla cerimonia. Figurati, per uno è un funerale che andava privatizzato, l’altro ancora oggi ricorda con l’angoscia dell’orfano di guerra i militari che partivano per le Falkland e Steven Patrick, beh, a lui è bastato sognare Maggie ghigliottinata per trovarsi la polizia in casa.

Più tardi, mentre siedo in una delle file centrali della cattedrale di St. Paul e guardo sfilare la bara avvolta nella union flag, ripenso a tutta quella new wave del fumetto inglese che, nel secolo scorso, al Governo di Margareth Thatcher contrappose per oltre un decennio le armi affilate delle proprie storie a fumetti. Grant Morrison immaginava di sparare in testa alla lady di ferro con tre dita piegate come fossero una pistola. Alan Moore trasformava la sua politica omofobica e rigidamente conservatrice nel regime di terrore combattuto dall’anarchico VPat Mills ne trasfigurava il potere in quello di un impero terrestre impegnato a sterminare ogni razza aliena ritenuta deviante o impura.

È stato uno dei momenti più vivi che il fumetto mondiale ricordi, uno di quelli maggiormente a contatto con la realtà che circondava quegli autori lì. E le loro erano tutte storie di genere e assolutamente mainstream.

Alla sera, quando mi rimaterializzo in casa mia, ripenso ai fumetti e alla politica italiana dell’ultimo ventennio e mi viene lo sconforto. Perché in Italia il fumetto popolare non ha saputo raccontare quello che stava – e che sta – succedendo nella società? Di fronte a un attacco feroce e continuato al tessuto sociale, il fumetto italiano ha scelto di abdicare al proprio ruolo di interprete della storia e di rinunciare al potere fortissimo che ha da sempre in mano per difendersi: quello del racconto per immagini.

“Vedi, Zed” mi spiega Frank, quello più sveglio tra i pesci del mio acquario “il punto è che la politica italiana, rispetto a quella di altri Paesi, ha una maggiore attitudine allo storytelling, una fenomenale capacità di farsi quotidianamente racconto, intreccio, trama con rapidi cambiamenti di fronte. Che piaccia o meno, la politica in Italia è pura commedia dell’arte che va in onda a orario continuato su tutto il sistema – provinciale e autoreferenziale come pochi altri – dei media nazionali. E narrazioni di questo tipo di solito non ammettono una concorrenza.”

Come sempre, ha ragione Frank: di fronte a un racconto come questo ogni altra possibilità di racconto, inteso come forma d’intrattenimento rivolta a un grande pubblico, cade. Fumetto compreso che, come l’arte bimba descritta con lungimiranza da Filippo Scozzari, in Italia si è rifugiato ormai da tempo nella dimensione consolatoria dell’avventura.

(pubblicato su The Walking Dead n°7, maggio 2013)